Da due elezioni a questa parte le cosche stanno a guardare. Poco possono fare di fronte al sistema elettorale che rende inutile ogni forma di pressione o ricatto. Ne è convinto il pubblico ministero Alberto Cisterna, della Direzione Nazionale Antimafia, una posizione la sua assolutamente controcorrente. Intanto, a Pasqua, in Calabria sono ritornati gli omicidi: tre in sei giorni. Le indagini hanno confermato che nella cosca Vrenna-Corigliano-Bonaventura si è verificata una frattura con il passaggio di numerosi esponenti a due fazioni in lotta tra loro: i Megna e i Russelli. E proprio a questi due gruppi facevano riferimento le vittime degli agguati: da Luca Megna, figlio del boss Domenico detto Mico, ucciso il 22 marzo in un agguato nel quale è rimasta ferita la figlia di cinque anni, e da quel giorno ricoverata in stato di coma nell'ospedale di Catanzaro, a Giuseppe Cavallo, legato ai Russelli, ai quali tramite un collegamento con i Nicoscia, era legato anche Francesco Capicchiano, ucciso a Isola Capo Rizzuto il 27 marzo.
La risposta degli inquirenti è stata rapida: pochi giorni fa è scattato il blitz, con l'esecuzione di 38 fermi ordinati dalla Dda di Catanzaro. Un'operazione (che ha interessato il Lazio e l'Emilia Romagna) da leggere anche come una risposta al piano di delegittimazione di magistrati e investigatori da parte delle cosche che si è manifestato nelle scorse settimane con minacce, lettere minatorie, aggressioni e attentati contro investigatori e loro familiari.
Ma nel frattempo domenica 13 e lunedì 14 aprile si torna a votare. Come si comporteranno le cosche? Ai microfoni di Libera Radio il pm Alberto Cisterna.
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Controcorrente è anche l'analisi del magistrato rispetto al ruolo degli imprenditori calabresi che, a differenza dei colleghi siciliani, non riescono ancora a denunciare ad alta voce l'usura e le intimidazioni delle cosche.
Secondo la Relazione annuale sulla 'ndrangheta redatta dalla Commissione parlamentare antimafia, “il numero delle denunce è relativo, quasi inesistente; l'associazionismo è ancora debole”.
Le sigle antiracket in Calabria sono infatti meno di una decina, a differenza di quanto sta accadendo in Sicilia. Non a caso Confindustria di Reggio Calabria è stata commissariata dai vertici nazionali.
Tutto questo per Cisterna è abbastanza ovvio. “Cosa nostra è in difficoltà e quindi la società civile avverte una finestra di libertà. In Calabria questa percezione ancora non c'è”.
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Non esiste, tanto meno, un declino della 'ndrangheta, che anzi negli ultimi anni è riuscita ad ampliare i propri tentacoli nel nord Italia (Lombardia, Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna) attraverso il traffico di droga (su Milano il monopolio è quasi totale), grazie all'asse privilegiato con la Colombia e il Venezuela. Secondo la Commissione antimafia, nel capoluogo lombardo ogni mese circolano 20 chili di cocaina purissima proveniente dal sud America (fonte: Relazione Annuale sulla 'ndrangheta).
Ma è in Calabria che bisogna intervenire, agendo in primo luogo sulle 'ndrine più importanti. “Lì le zone vanno bonificate – sottolinea Cisterna – e siccome esistono 146 cosche, bisogna colpire subito le 15 più pericolose”.
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Identico è l'allarme che lancia la Commissione antimafia, quando cita il pericolo di una maggiore infiltrazione dei clan nell'intera area di Gioia Tauro e nello sviluppo dello Scalo di Porto Franco, visti gli ingenti investimenti destinati ad arrivare. Altrettanto emblematico è il caso dell'autostrada A3 Salerno - Reggio Calabria, ancora oggi oggetto di infiltrazioni mafiose, come l'intero settore dei lavori pubblici e della sanità.
Nel frattempo, si è tornato ad ammazzare. Nel periodo di Pasqua, in sei giorni sono morte tre persone.
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