«Vogliamo che lo Stato sequestri e confischi tutti i beni di provenienza illecita, da quelli dei mafiosi a quelli dei corrotti. Vogliamo che i beni confiscati siano rapidamente conferiti, attraverso lo Stato e i Comuni, alla collettività per creare lavoro, scuole, servizi, sicurezza e lotta al disagio»
(dalla Petizione popolare promossa da Libera nel 1995)
"La confisca dei beni è senza ombra di dubbio la peggior sciagura in cui possano incorrere gli appartenenti ad un’associazione mafiosa. Meglio finire in galera, meglio essere uccisi che perdere la «roba» di verghiana memoria, il tesoro che si è riusciti a mettere insieme con una vita di delitti, traffici e intrighi. Una conferma viene dalle intercettazioni che hanno fatto scattare le manette ai polsi di una novantina di persone, nell’ambito dell’operazione «Old Bridge», conclusa in febbraio tra Italia e Stati Uniti dalla Fbi americana e dal Servizio centrale operativo della Polizia di Stato. Le microspie ambientali ci restituiscono quella che, più di una confessione, sembra essere un grido di dolore: «Basta essere incriminati per il 416 bis (l’articolo del Codice Penale che incrimina l’associazione di tipo mafioso NdR) e automaticamente scatta il sequestro dei beni… Cosa più brutta della confisca dei beni non c’è… Quindi la cosa migliore è quella di andarsene…»". Inizia così Le Mafie restituiscono il maltolto, il microsaggio di Lorenzo Frigerio, dell'Ufficio di presidenza di Libera, pubblicato nell'ultimo numero della rivista Aggiornamenti sociali.
In questa intervista Frigerio ripercorre le tappe e le problematiche della storia della confisca dei beni alle cosche: luci e ombre di un percorso di civiltà.
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